Fanon, Said e gli studi postcoloni

a cura di Diego Melegari
 
 
Dai primi anni Novanta numerose discipline (filosofia politica, storiografia, scienze umane, critica letteraria, ecc.) sono state coinvolte nel successo di quella prospettiva critica che si ha l’abitudine di raccogliere sotto l’etichetta di “studi postcoloniali”. La premessa fondamentale di questa prospettiva può essere riassunta nell’idea che le idee stesse di modernità, di contemporaneità e, infine, di “età globale” siano irriducibilmente segnate dal rapporto intrattenuto dall’Europa e, più in generale, dall’Occidente con gli spazi, geografici e culturali, che furono colonizzati.
Il rapporto coloniale (anche al di là della fine dell’effettiva colonizzazione politica) segnerebbe così, anche nei tratti apparentemente più lontani da esso e nelle più astratte manifestazioni del pensiero o dell’arte, l’identità sia del colonizzato che del colonizzatore, attraverso un irriducibile rapporto di dominio, ma anche attraverso un continuo gioco di negoziazione di significati, di traduzione culturale, di ibridazione. In questo senso il rapporto con l’alterità culturali e le strategie per dominarla, per ridurla al silenzio, ma anche per fissarla in uno stereotipo e persino per evocarla, costituirebbe un elemento fondamentale e troppo spesso rimosso della genealogia del nostro presente. Questa prospettiva, portata avanti soprattutto da autori di origine indiana quale Gayatri Chakravorty Spivak, Homi Bhabha, Dipesh Chakrabarty, ha almeno due punti di riferimento iniziali, importanti per non ridurre il discorso postcoloniale ad una visione irenica dell’incontro con un generico “altro”: Frantz Fanon e Edward Said.
Il primo ha mostrato, nei suoi scritti e nel vivo della lotta di liberazione algerina, i meccanismi di negazione dell’umanità altrui insiti nella dimensione coloniale e il carico di violenza, subita, introiettata e poi agita, da coloro che definì come i “dannati della terra”. Il secondo ha mostrato, invece, come nel discorso culturale dell’Occidente fosse forte la tendenza ad “essenzializzare” l’identità culturale altrui (in particolare quella dei “popoli orientali”), trasformandola in ricettacolo di paure, fantasie, luoghi comuni, ansie di controllo o di vittimizzazione, senza mai riuscire a pensarla nei termini di soggettività autonoma e paritaria.
Il percorso qui proposto, finalizzato a contribuire allo sviluppo di un’idea plastica e processuale della propria identità culturale, mostrerà come gli studi postcoloniali rileggano questo nesso tra cultura e dominio coloniale ed imperialistico cercando di fare emergere sia le voci in esso ridotte al silenzio (dei colonizzati, ma, al loro interno, anche delle classi subalterne e delle donne), sia quelle che, nel cuore dell’universo dominante, tradiscono il suo rapporto costitutivo con l’alterità.
Il percorso offrirà, quindi, uno sguardo d’insieme sugli studi postcoloniali, a partire dall’intuizioni di Fanon e Said fino agli ultimi sviluppi, tentando di chiarirne il significato storico e filosofico attraverso la lettura di alcuni testi fondamentali e, soprattutto, appoggiandosi ad alcuni esempi di incontro, dominio e contaminazione culturale in essi riportati.

 

 

Il percorso prevede due incontri della durata di due ore ciascuno ed è rivolto alle scuole secondarie di secondo grado.

 

 

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