
Tra il 1960 e la fine degli anni Settanta, i richiami alla Resistenza e all’antifascismo godettero di una rinnovata vitalità, tornando ad essere temi centrali del dibattito politico e ideologico.
Nella propaganda dei manifesti essi si espressero per lo più attraverso uno stesso universo simbolico: partiti tradizionali, nuovi movimenti e gruppi politici, infatti, condivisero e utilizzarono spesso le stesse modalità di rappresentazione dell’antifascismo storico e gli stessi schemi linguistici di relazione tra quest’ultimo e le mobilitazioni contemporanee. Simili furono anche i linguaggi e i modelli grafici per descrivere e caratterizzare l’avversario o per legittimare il proprio ruolo nella battaglia al “nuovo fascismo”. Un comune immaginario, dunque, al quale tutte le forze attinsero per rilanciare politicamente l’antifascismo e la memoria della Resistenza. Un comune registro simbolico che veniva utilizzato, però, per comunicare e promuovere parole d’ordine, pratiche di lotta e visioni ideologiche piuttosto differenti, sia all’interno della dialettica dei partiti tradizionali sia tra questi e i movimenti dell’estrema sinistra. Sui manifesti affissi nelle città, dunque, il contrasto tra elementi iconografici comuni e messaggi politici profondamente diversi emergeva evidente.
Ne sono un esempio i manifesti che si rivolgevano esplicitamente alle nuove generazioni che, solitamente, proponevano l’idea di una continuità tra il protagonismo giovanile nelle lotte antifasciste del passato e nei movimenti politici e sociali in atto: un legame tra passato e presente che veniva efficacemente sottolineato dall’accostamento dell’immagine dei partigiani del 1943-45 a quella dei nuovi giovani manifestanti.
Tuttavia, le varie forze politiche concepivano il passaggio dell’eredità della Resistenza alle nuove generazioni con finalità differenti.
Per le associazioni partigiane e i partiti dell’arco costituzionale, ad esempio, obiettivo delle mobilitazioni antifasciste giovanili doveva essere la difesa delle istituzioni repubblicane dai pericoli autoritari. Nei manifesti dei partiti della sinistra storica, inoltre, i valori della Resistenza venivano rappresentati come fondamento delle istituzioni democratiche e, allo stesso tempo, come qualcosa che, a partire da quell’ordinamento, doveva ancora essere compiutamente realizzato attraverso nuove e più avanzate riforme sociali e politiche: questa l’eredità politica propagandata, ad esempio, nel manifesto dei giovani socialisti o in quello del Partito comunista del 1965 o, ancora, in quello dell’Anpi di dieci anni dopo; in tutti, l’intreccio tra gli ideali resistenziali, la difesa della democrazia e le mobilitazioni giovanili emerge con intensità.
Le finalità politiche cambiavano radicalmente nei manifesti delle formazioni dell’estrema sinistra: in essi, infatti, trovava spazio soprattutto la volontà di recuperare le istanze di eguaglianza sociale presenti in parte del movimento partigiano e di denunciare quelle che venivano interpretate come continuità - di culture, leggi, istituzioni e, a volte, anche di persone - tra il vecchio regime fascista e la Repubblica democratica. Significativo è, a questo proposito, il manifesto del 1973 del Comitato antifascista “Mario Lupo” (realizzato in occasione di una manifestazione a ricordo del giovane militante di Lotta continua ucciso a Parma da un gruppo di neofascisti il 25 agosto 1972): il richiamo alla Resistenza - evidente anche nella scelta, per l’iniziativa, della data del 25 aprile - si legava allo slogan “Via la Dc dai cortei antifascisti”, rappresentazione secondo la quale l’eredità della lotta partigiana poteva compiersi solo con la rottura dell’unità dell’antifascismo costituzionale.
Infine, particolarmente interessante è il manifesto dei Giovani liberali del 1965, dove il lascito politico della Resistenza alle nuove generazioni - attraverso la consueta giustapposizione di “ieri” e di “oggi” - veniva identificato con un’identica “lotta per la libertà”, prima contro la dittatura fascista e ora contro il “pericolo” comunista.