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In piazza contro il fascismo

Alla violenza neofascista, alle minacce per la democrazia o all’oppressione dei popoli di altri paesi, partiti e movimenti risposero frequentemente con mobilitazioni di piazza, chiamando lavoratori e studenti a manifestazioni e comizi, in segno di fermezza politica o di solidarietà internazionale. L’immagine della piazza gremita di dimostranti si caricava di una grande forza mobilitante anche nei manifesti. Essa, in primo luogo, suggeriva la forza unitaria delle masse, vero argine contro ogni ipotesi di carattere reazionario e antidemocratico; in secondo luogo, le fotografie di presidi e cortei evocavano indirettamente la figura del nemico cui ci si opponeva. Generalmente, infatti, i fascisti, i governanti o le gerarchie militari erano esclusi dalla dimensione corale narrata dalle immagini: rappresentando una minaccia per tutti, essi rimanevano isolati rispetto alla forza e alla compattezza della comunità. Le immagini delle mobilitazioni popolari, dunque, svolgevano la funzione di richiamare all’unità nella lotta ma ancora una volta questo codice comune veniva declinato in messaggi politici differenti.
Talvolta, la piazza gremita diventava lo scenario per la difesa dell’ordine democratico, come nel manifesto del Psi del 1975 e in quello del Pci del 1981, entrambi stampati in occasione degli anniversari di due stragi: quella di piazza della Loggia a Brescia – dove il 28 maggio 1974 una bomba esplose durante un comizio antifascista provocando 8 morti – e quella della stazione di Bologna, dove il 2 agosto 1980 morirono 85 persone. In questi casi, l’immagine di ampie masse in piazza per commemorare eventi tragici e per chiedere giustizia mirava anche a materializzare l’idea che esistesse una sorta di presidio permanente contro il fascismo, capace di “vigilare” sulla Repubblica democratica e di serbare memoria di quanto accaduto.
Per la nuova sinistra, invece, l’immagine della folla in piazza diventava l’espressione della lotta contro la repressione dello stato, come nel manifesto del Movimento studentesco del 1973, dedicato ai funerali di Roberto Franceschi, uno studente ucciso a Milano dalla polizia. Pure in questo caso, a funzionare da catalizzatore dell’unità delle masse era un evento tragico, ma l’immagine del corteo funebre del militante ucciso si presentava anche come motivo di lotta, come rito politico che doveva amplificare e radicalizzare la risposta del movimento. Peraltro, durante i funerali di Franceschi si verificarono violenti scontri tra militanti di estrema sinistra e neofascisti.
Un altro uso dell’immagine della folla in piazza è quello del manifesto di Lotta continua del 1973, nel quale non veniva ricordato nessun episodio luttuoso ma un evento di intensa mobilitazione antifascista: il richiamo ai “fatti del luglio 1960” rivendicava forme di rivolta contro il governo in carica accusato di “filofascismo”, e la “forza” dell’esempio stava nella passata vittoria dell’insubordinazione di massa al potere esistente.

Al contrario, nel 1977 - l’anno dell’esplosione di un nuovo e radicale movimento di contestazione - il Pci utilizzava negativamente l’immagine di un manifestante con il volto coperto che lancia una pietra: la figura, isolata e meccanicamente ripetuta, veniva identificata con la “violenza” e lo “squadrismo” e, dunque, rifiutata a favore di una manifestazione di piazza composta e ordinata, dove sereni e sicuri visi di giovani assumevano il compito positivo della difesa delle istituzioni democratiche e della collaborazione tra le “forze popolari”.

 


Partito comunista italiano 1981 20. Partito comunista italiano - Federazione bolognese, Comitato Emilia Romagna 1981
Partito socialista italiano 1975 21. Partito socialista italiano 1975
Movimento studentesco 1973 22. Movimento studentesco 1973
Lotta continua senza data [1973] 23. Lotta continua senza data [1973]
Partito comunista italiano 1977 24. Partito comunista italiano 1977

 


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