
Il dibattito politico negli anni Sessanta e Settanta si caratterizzò anche per la particolare attenzione rivolta ai conflitti che segnavano lo scenario mondiale, e che i nuovi movimenti elevarono spesso a simboli di una lotta generalizzata per la trasformazione radicale degli assetti di potere esistenti. L’antimperialismo e la solidarietà ai movimenti di liberazione dei popoli del “terzo mondo”, infatti, divennero alcuni dei tratti caratterizzanti dell’identità politica e culturale sia dei gruppi della nuova sinistra sia dei partiti tradizionali (in particolare dei loro settori giovanili). Contemporaneamente, la presenza nel contesto internazionale di vecchi e nuovi regimi autoritari (in Portogallo, Spagna e, dal 1967, in Grecia, per non nominare che quelli dell’Europa occidentale) accentuava anche in Italia la preoccupazione per le sorti delle istituzioni democratiche, considerate sostanzialmente fragili. Da più parti, infatti, si paventava una svolta autoritaria come possibile risposta alla nuova conflittualità sociale e al protagonismo dei movimenti di protesta.
Frequentemente, dunque, le forze politiche italiane interpretarono i movimenti antiautoritari e quelli di liberazione nazionale attraverso il filtro della memoria resistenziale: i richiami alla lotta clandestina contro la dittatura mussoliniana e alla guerra partigiana contro l’occupazione tedesca divennero riferimenti storici fondamentali per riconoscere legittimità politica ai movimenti di resistenza di altri paesi. Inoltre, le lotte contro eserciti stranieri o regimi autoritari venivano sovente interpretate come fasi particolari di un unico grande movimento di emancipazione internazionale.
Intorno a queste chiavi interpretative si costituì un intero immaginario ideologico. Il guerrigliero vietnamita poteva essere rappresentato come un partigiano italiano del 1943-45 e la politica bellica degli Usa come l’aggressione nazista durante la seconda guerra mondiale. Lotte tra loro molto diverse potevano essere unificate sotto la comune categoria di “resistenza” come, ad esempio, nel riferimento a Spagna, Vietnam e Congo presenti nel manifesto della Federazione giovanile comunista del 1965.
Il movimento contro la presenza americana in Vietnam e per la fine della guerra divenne uno dei massimi catalizzatori della protesta giovanile in tutto il mondo: la guerriglia dei vietcong, infatti, volta alla riunificazione del paese sotto un regime socialista, diventava il simbolo della possibilità di autodeterminazione di un popolo, nonostante la soverchiante prevalenza militare della superpotenza occidentale. Negli stessi anni, le vicende del Congo – dove, nel novembre 1965, un golpe aveva portato al potere Joseph-Desiré Mobutu, dopo un’aspra guerra civile seguita all’uccisione del leader nazionalista Patrice Lumumba – e quello di molti altri paesi del “terzo mondo” sembrarono sommare al concetto di “resistenza” anche quello di lotta per una reale indipendenza dal neocolonialismo politico ed economico.
I casi della Spagna del generale Francisco Franco e della Grecia “dei colonnelli” venivano invece rappresentati con le immagini classiche della repressione politica e affiancati, più o meno direttamente, al ricordo della dittatura fascista italiana.
Infine, particolare risonanza ebbe il sanguinoso colpo di stato in Cile che, l’11 settembre 1973, destituì il governo popolare di Salvador Allende eletto tre anni prima. Anche in Italia l’eco di quell’evento fu vasta e le mobilitazioni contro la dittatura militare di Augusto Pinochet accomunarono le diverse forze democratiche e la nuova sinistra. Ciò che colpiva era soprattutto l’analogia che si credeva di poter scorgere con la situazione italiana: in molti, cioè, temevano che ad una eventuale vittoria elettorale dei partiti di sinistra – accompagnata da una forte presenza dell’estrema sinistra nelle mobilitazioni sociali – potesse rispondere una svolta autoritaria. Naturalmente, il riconoscimento di una simile analogia amplificò ulteriormente la divergenza tra la sinistra tradizionale – in particolare il Partito comunista – e la nuova sinistra: mentre, il Pci di Enrico Berlinguer delineava la proposta di un “compromesso storico” tra i tre grandi partiti di massa (Dc, Psi e Pci) per respingere il pericolo autoritario, i gruppi di estrema sinistra insistevano sull’idea di un antifascismo fortemente connotato dalla lotta anticapitalista.