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L'incubo del passato

Spesso, nella propaganda sui temi della Resistenza e del movimento antifascista, partiti e gruppi utilizzarono metafore, figure e linguaggi tratti da un comune immaginario politico. Un codice simbolico che, per lo più, si richiamava immediatamente alle atrocità e alle ingiustizie del fascismo e del nazismo storici e rappresentava un efficace strumento comunicativo per identificare il proprio avversario politico. I riferimenti ai simboli nazifascisti, dunque, affollarono i manifesti di quegli anni per numerose finalità: denunciare il pericolo di una svolta autoritaria, smascherare l’attività eversiva neofascista, promuovere una campagna contro dittature militari o politiche imperialiste, difendere le istituzioni democratiche.
Una simile sovrapposizione tra presente e passato è immediatamente evidente in tutti i manifesti esposti come, ad esempio, in quello del Partito socialista per la campagna elettorale del 1972, nel quale il segretario del Movimento sociale italiano, Giorgio Almirante, veniva rappresentato con il ciuffo e i baffi di Adolf Hitler.
Più in generale, ad emergere era un’immagine stereotipata del fenomeno squadrista: il fascista in camicia nera, con fez, manganello, fascio littorio e manovrato dal potere capitalista (come nel manifesto anarchico in favore della liberazione di Giovanni Marini, un militante libertario condannato per la morte di uno dei neofascisti che lo avevano aggredito). Peraltro, la strategia violenta dei gruppi della destra radicale – con l’accentuarsi delle aggressioni, dei pestaggi e degli attentati – sembrò convincere partiti e movimenti democratici che sulla scena politica si ripresentasse lo squadrismo nero del 1921-1922, le cui radici sociali e culturali non parevano essere state del tutto recise nell’Italia repubblicana. La capacità identificante e mobilitante di un simile messaggio era enorme: all’incubo del ritorno del passato non ci si poteva opporre se non con una “nuova” Resistenza.
Tuttavia, anche in questo caso, le differenze tra i messaggi politici delle diverse forze furono nette. In particolare, nei manifesti prodotti dalla nuova sinistra, la politica del Msi e della destra radicale non veniva rappresentata solo come riproposizione del fascismo storico, ma soprattutto come strumento nelle mani del potere costituito, sia politico che economico. Il manifesto del 1975 disegnato da Telmo per il Partito di unità proletaria per il comunismo è significativo di questo intreccio: i simboli del Msi e della Dc apparivano come volti intercambiabili di uno stesso corpo, metà in orbace e metà in giacca e cravatta, la politica presentabile del “doppiopetto” sotto il quale si nascondeva il “manganello”. Dietro questo duplice volto, le figure di quello che il manifesto definiva “regime borghese”: il potere militare, giuridico, economico ed ecclesiastico.
La forza identificante dell’iconografia nazi-fascista era tale che il suo uso venne esteso anche alla denuncia di fenomeni ampiamente travalicanti la galassia del neofascismo o che, addirittura, erano ideologicamente contrapposti ad esso. In riferimento alla scena internazionale, ad esempio, un medesimo richiamo al nazismo veniva utilizzato nel 1967 dal Pci contro la guerra degli Usa in Vietnam e, l’anno dopo, dalla Dc nei confronti dell’Unione sovietica, in seguito all’occupazione della Cecoslovacchia. Se nel primo manifesto il tratto unificante tra nazisti e truppe americane sembrava essere quello della crudeltà nell’oppressione di un popolo, nel manifesto della Dc era soprattutto il tema dell’indipendenza nazionale ad essere posto in risalto.

Infine, ad essere sovrapposte al nazi-fascismo - divenuto ormai significante onnicomprensivo di tutti i “nemici” della democrazia - furono le Brigate rosse, responsabili di sequestri, attentati e omicidi di esponenti del potere politico, istituzionale ed economico. Un manifesto del Pci, ad esempio, insisteva sull’assoluta negatività del brigatismo e lo riduceva a crimine “contro la libertà di tutti”, legittimando di conseguenza l’intransigenza della quale il partito si era fatto portatore nelle trattative durante il rapimento dello statista democristiano Aldo Moro, conclusosi con la sua uccisione nel maggio 1978.

 


Federazione anarchica bolognese 1974 13. Federazione anarchica bolognese 1974
Partito d'unità proletaria per il comunismo disegno di Telmo senza data [1975] 14. Partito d'unità proletaria per il comunismo disegno di Telmo senza data [1975]
Partito socialista italiano 1972 15. Partito socialista italiano 1972
Democrazia cristiana 1968 16. Democrazia cristiana 1968
Democrazia cristiana 1963 17. Democrazia cristiana 1963
Partito comunista italiano 1967 18. Partito comunista italiano 1967
Partito comunista italiano senza data [1978 circa] 19. Partito comunista italiano senza data [1978 circa]

 


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