
I diversi significati che partiti e movimenti affidavano alla memoria della Resistenza e dell’antifascismo si mostravano con la più intensa evidenza il 25 aprile, festa della Liberazione.
Nei manifesti dei partiti dell’“arco costituzionale”, l’identità tra i valori del movimento partigiano e le istituzioni della Repubblica era evidente nell’uso rituale del tricolore nazionale e nel duplice richiamo ai concetti di “liberazione” e “democrazia”. Tuttavia, all’interno di questo comune codice simbolico non mancarono le differenze: se per i partiti di sinistra gli ideali resistenziali dovevano concretizzarsi in azioni sempre nuove per la difesa e l’allargamento della democrazia repubblicana, i partiti moderati - in particolare la Dc - celebravano lo “spirito della Resistenza” come conquista già realizzata in un paese capace di garantire “libertà”, “pace e sicurezza”.
Al contrario, nei manifesti della nuova sinistra l’eredità resistenziale non si identificava con le istituzioni democratiche esistenti ma fungeva da riferimento storico ispiratore di lotte per una società diversa. Cogliendo l’occasione del 25 aprile per attaccare duramente la Dc e il neofascismo, essi si rifacevano alla Resistenza nei suoi caratteri di “guerra di popolo” - ad esempio con l’uso frequente di immagini di partigiani armati - e tracciavano una continuità tra la lotta partigiana e le mobilitazioni di lavoratori e studenti. In contrapposizione al tricolore nazionale, dunque, spiccava in questi manifesti l’immagine della bandiera rossa, attraverso cui i gruppi della nuova sinistra si autorappresentavano come portatori di universali valori di emancipazione, capaci di tenere insieme la Resistenza italiana del 1943-45 e la solidarietà “con i popoli rivoluzionari di tutto il mondo” (come affermava il manifesto del Movimento studentesco e del Movimento dei lavoratori per il socialismo del 1975).
Conclude il percorso un manifesto di Bruno Munari dei primi anni Sessanta, realizzato per il Circolo della Resistenza di Torino. La semplicità del messaggio grafico riassumeva la necessità di rendere costantemente viva ed attuale la memoria resistenziale. Attraverso la data simbolo del 25 aprile, infatti, la Resistenza veniva sottratta alla sua specificità storica per diventare essa stessa un “valore” da salvaguardare e rinnovare: il “sempre” che cancella l’anno 1945 riuniva in sé risolutezza e indeterminatezza, la ripresa dell’antifascismo storico e la sua rielaborazione con contenuti sempre nuovi. La forza ideale che questo manifesto ancora conserva appare inscindibile dalla complessità delle interpretazioni e dei significati che negli anni Sessanta-Settanta (e non solo) partiti e movimenti politici affidarono alla memoria della Resistenza e dell’antifascismo.